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Moschettieri del Re, una fiaba che rispolvera la brillantezza di Dumas

Nell'opera di Veronesi il riferimento alla vecchiaia diventa una metafora sulla commedia di un tempo che prova a risorgere dal ritiro in cui si trova. Ora al cinema.
di Roy Menarini

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Pierfrancesco Favino (49 anni) 24 agosto 1969, Roma (Italia) - Vergine. Interpreta D'Artagnan nel film di Giovanni Veronesi Moschettieri del Re - La penultima missione. Al cinema da giovedì 27 dicembre 2018.
sabato 29 dicembre 2018 - Focus

Non deve stupire che Moschettieri del re lavori sulla dimensione ironica del testo di Dumas, visto che il ciclo dello scrittore francese si è sempre prestato sia allo stile brillante delle trasposizioni sia a simpatiche parodie. Del resto i tre romanzi che danno vita alla saga dei Moschettieri, pienamente inscritti nella letteratura popolare di metà Ottocento, sono anche un esempio di proto-industria culturale, dove il romanzo a puntate ci costringe a retrodatare tante forme di serialità contemporanea - un'esigenza, quella della narrazione a episodi, che ha ormai una storia molto lunga.

Ecco dunque che, al pari di altri capolavori letterari (sebbene Dumas abbia dovuto attendere parecchio per una legittimazione critica e artistica), anche I tre moschettieri resiste bene a qualsiasi satira, e anzi la comprende volontariamente nel testo di partenza.
Roy Menarini

In Italia, poi, siamo ancora più abituati e non solo per la più volte citata eredità della commedia all'italiana in costume (L'armata Brancaleone in primis), ma anche per una nostra specifica natura culturale di presa per i fondelli dell'autorità intellettuale. Basti ricordare che proprio "I quattro moschettieri" (sottolineando il numero originale comprensivo di D'Artagnan) era il titolo di una fortunatissima e storica trasmissione radiofonica che andò in onda nel lontano 1934 - allora c'era la EIAR, e non la successiva RAI. Il programma rappresentò il primo successo di massa della radio in Italia. Gli autori, Angelo Nizza e Riccardo Morbelli, crearono una riedizione del romanzo in chiave comica, con riferimenti all'attualità e un gusto sarcastico buono anche per il pubblico delle famiglie, che in effetti risposero entusiasticamente.


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In foto una scena del film Moschettieri del re.
In foto una scena del film Moschettieri del re.
In foto una scena del film Moschettieri del re.

Insomma, la lunga strada della rilettura popolare e della riscrittura comica della saga dei Moschettieri ha radici che affondano molto oltre le occorrenze più note. E il progetto di Veronesi, in partenza, aveva solamente una domanda da farsi: non perché ma per chi? Quel che lascia perplessi di questa versione de "I Moschettieri del re" è rappresentato infatti dal tono prescelto. Da una parte c'è una tentazione monicelliana di fare un film per un pubblico adulto, non compiacente verso la dittatura del consumo "family", con qualche presenza in più del solito della morte (personaggi infilzati o abbattuti) e della violenza (pestaggi e strangolamenti), con un'aria brutta, sporca e cattiva. Dall'altra, queste situazioni vengono subito corrette da un linguaggio sotto controllo, da doppi sensi che persino alle scuole medie risulterebbero castigati, e da un tono generale da televisione (riccamente prodotta) in prima serata. Chissà se gli spettatori del 2018 sono in grado di slittare da un piano all'altro, o di ritrovare in un catalogo letterario così lontano il gusto dell'avventura storica?

Come è sempre stato, poi, i Moschettieri si nutrono dei volti che li impersonano. Una delle versioni più ribalde e godibili di sempre è l'esilarante, sdrammatizzato, talvolta erotico I tre moschettieri del grande Richard Lester, con facce straordinarie come Oliver Reed, Frank Finlay o Richard Chamberlain e una magnifica Raquel Welch al suo meglio.
Roy Menarini

E bene ha dunque fatto Veronesi a riempire lo schermo di professionisti maturi e importanti che potessero reggere ruoli così stratificati culturalmente, cui in particolare Pierfrancesco Favino e Valerio Mastandrea (due attori raramente fuori asse) donano personalità complesse e ambigue. Mentre Rocco Papaleo e Sergio Rubini finiscono spesso sullo sfondo, pur mantenendo il mestiere che li contraddistingue.

Veronesi - in veste di sceneggiatore - ha inoltre enfatizzato il tema della vecchiaia, e degli eroi d'un tempo oggi affaticati ma pronti a oliare le giunture pur di sguainare la spada ancora una volta. Si spalanca, in questo caso, una facile metafora sulla commedia di un tempo che prova a risorgere dal ritiro in cui si trova (non a caso D'Artagnan viene ripescato in fattoria con i maiali, ogni allusione alla volgarità del contemporaneo sembra voluta). Il rischio, però, è che la cartilagine ammaccata di un progetto imperfetto produca più affaticamenti muscolari che nuovi vigori. Anche se fa piacere che la cultura italiana si sia ricordata di Dumas e della sua brillante circolazione nel nostro Paese.


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